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Rappresentazione visiva dell'articolo: IL GHIACCIOLO ALLA MENTA E LA CEDRATA

Autore: Stefano Langellotti

Data di pubblicazione: 24 giugno 2019

IL GHIACCIOLO ALLA MENTA E LA CEDRATA

Quando avevo 15 anni, prima degli allenamenti di calcio pomeridiani, andavo all'oratorio di Vercelli - all'epoca vivevo lì - a fare qualche partitella fra amici, per poi godermi con loro un bel ghiacciolo alla menta "pucciato" in un grande bicchiere di cedrata. 

A parte il magone che mi viene ripensando all'energia che evidentemente avevo per riuscire a giocare per 6 ore consecutive, mentre adesso dopo una partita di calciotto di un'ora ho un discreto dolore diffuso su vari arti nei seguenti tre giorni, allenandomi 4 volte a settimana la faccenda del ghiacciolo pucciato era una spesa non indifferente che pesava sulla mia "paghetta" dell'epoca: i miei genitori mi davano 40 mila lire a settimana, un ghiacciolo costava 500 lire e una lattina di cedrata 1.000 lire, quindi in una settimana spendevo 6.000 lire solo per questo. 

Ricordo poi bene che mettevo 3.000 lire di benzina a settimana al motorino - sono andato a vedere, nel 1994 la super costava circa 1.580 lire al litro, cioè 0,81 centesimi di euro - e che una pizza margherita con due birre seduti in pizzeria costava 10.000 lire. Un'entrata al "Globo", la discoteca più in voga all'epoca, veniva ben 10.000 lire (ma un drink era incluso) e un menu panino bibita e patatine al "Burghy", la catena italiana di fast food poi acquisita da McDonald's, 6.000 lire.  

In tutto, una settimana di questo tipo costava 32.500 lire. La differenza la usavo per andare allo stadio le rare volte che non giocavo a calcio in campionato (5.000 lire il biglietto per andare a vedere la Pro Vercelli), ciò che avanzava lo tenevo per l'estate. 

Proviamo a traslare il tutto ai prezzi di oggi

Un ghiacciolo 1 € x 4 = 4 €; una lattina di cedrata 2 € x 4 = 8 €; due litri di benzina = 4 €; una pizza margherita e due birre = 12 €; un menu panino bibita e patatine da McDonald's = 7 €; un'entrata in discoteca con drink 15 €.

Totale, 50 € tondi tondi.

96.813 lire del 2019 VS 32.500 lire del 1994. Un incremento del 197%.

In mezzo, 25 anni di inflazione. 

Sì, perchè l'inflazione è questa, al di là di formule complesse e discorsi ancor più complessi che sentiamo spesso in TV: l'inflazione è quante meno cose possiamo comprare con gli stessi soldi di prima. 

È principalmente per questa motivazione che una parte del nostro risparmio deve essere orientata al lungo periodo e investita, meglio se con piani di accumulo e in fondi pensione, sui mercati azionari. Per recuperare il valore dell'inflazione e restituirci anche un rendimento reale positivo, cioè al netto dell'inflazione.

Ma cosa vuol dire in pratica avere un rendimento reale positivo? 

Facciamo un esempio.

Negli ultimi 10 anni ho investito 100.000 € in conti deposito con rendimento medio dell'1,5% lordo annuo. Applicate le tasse del 26% e i bolli dello 0,2% resta un rendimento dello 0,91% netto.

L'inflazione in Italia negli ultimi 10 anni è stata dell'1,19% annuo medio.

Ho realizzato un rendimento reale di -0,28% annuo (1,19% meno 0,91%). 

In sostanza, i miei risparmi valgono di meno, con gli stessi soldi compro meno cose. Nello specifico i miei 100.000 € hanno perso 280 € l'anno di potere di acquisto, che in 10 anni fanno 2.800 € in meno.  E l'inflazione è stata pure particolarmente bassa in questi anni! 

Chi non ha nemmeno investito in conti deposito, ma ha lasciato i denari su un conto corrente infruttifero, ha perso 1.190 € l'anno di potere d'acquisto, quasi 12.000 € in 10 anni.

Ma se l'inflazione ci fa malissimo, allora perché in Italia ad oggi ci sono parcheggiati oltre 1.440 miliardi in liquidità?

Per me ci sono tre motivi:

- la scarsa conoscenza dell'impatto dell'inflazione a lungo termine sui risparmi;

- la paura di perdere denaro è molto superiore all'interesse nel guadagnarlo (myopic loss avversion, uno degli errori comportamentali più diffusi scoperti dal premio Nobel Daniel Kahneman);

- la poca pazienza nell'investire a lungo termine, anche se poi magari si lasciano per anni i denari in giacenza sui conti correnti o si rinnovano per 10 volte conti deposito annuali.

Ma siamo certi che le azioni riescono a proteggermi? 

La probabilità di perdita AL NETTO DELL'INFLAZIONE sul mercato azionario statunitense, dal 1871, si azzera a 20 anni con un rendimento medio reale del 5% annuo. Se non consideriamo l'inflazione, il capitale è protetto, statisticamente parlando, già a 10 anni. 

Ma molti risparmiatori usano il mercato azionario come una slot machine dalla quale se ne esci vincente, quasi mai se fai così, sei un mago e prevedi gli andamenti futuri stile il Mago Otelma, se ne esci perdente, quasi sempre se fai così, sarà la grande truffa e non ci investirai mai più. 

Eppure le azioni a 20 anni restituiscono non solo più rendimento di tutte le altre asset class come la liquidità, l'immobiliare o l'oro, ma anche un rendimento corretto per il rischio molto migliore delle obbligazioni governative, come si vede da questo grafico: le azioni hanno reso in media a 20 anni il 5% annuo con una volatilità del 2,9% annuo, le obbligazioni governative hanno reso il 2,2% annuo, meno della metà, con una volatilità del 2,4% annuo, di poco inferiore alle azioni. 

Con un piano di accumulo queste oscillazioni si mitigano rendendo l'investimento in azioni adatto anche ad orizzonti temporali meno lunghi (10 o 15 anni).

Il mio consiglio è di dedicare del tempo di qualità ai propri risparmi, preferibilmente insieme a un consulente professionale, per stabilire obiettivi concreti da raggiungere e gestire con oculatezza il rischio: il traguardo è importante, ma lo è anche la qualità del viaggio.

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